San Francesco: La Morte Come Sorella

Pubblicato da Sandy il

San Francesco d’Assisi è spesso ricordato per il suo amore per la natura e gli animali, ma il culmine della sua maturità spirituale risiede nel modo in cui ha rivoluzionato il concetto più temuto dall’uomo: la morte.

Nel suo capolavoro, il Cantico delle Creature (o Cantico di Frate Sole), Francesco non si limita a lodare la bellezza del creato, ma compie un gesto d’audacia poetica e teologica definendo la morte come una “sorella”.

Il Cantico non nasce in un momento di gioia spensierata, ma nel 1224, quando Francesco è ormai malato, quasi cieco e segnato dalle ferite delle stimmate. È un inno alla vita scritto sulla soglia dell’ombra. Le ultime strofe, dedicate al perdono e alla morte, furono aggiunte proprio negli ultimi tempi della sua esistenza, completando la sua visione del cosmo.

La Rivoluzione di “Sora Nostra Morte Corporale”

Per l’uomo medievale, la morte era spesso rappresentata come uno scheletro falciatore, un’entità terrificante e punitiva. Francesco rompe questo schema attraverso tre pilastri concettuali.

Chiamandola “Sora nostra morte corporale”, Francesco la inserisce nella famiglia universale. Se Dio è Padre e il creato è una fratellanza, allora anche il passaggio finale fa parte dell’ordine armonioso della casa comune. Non è un’intrusa, ma una compagna di viaggio necessaria.

L’uso dell’aggettivo “corporale” è fondamentale. Francesco distingue tra la fine del corpo fisico e il destino dell’anima. La morte fisica è un processo naturale da cui “nullo homo vivente pò scappare”. Accettare questo limite è, per Francesco, il massimo atto di umiltà.

Francesco introduce un monito morale: il vero pericolo non è la fine del corpo, ma la “morte secunda” (la dannazione eterna). Beati quelli che moriranno nella grazia di Dio (“ne le Tue sanctissime voluntati”). Guai a quelli che moriranno nel peccato. La morte fisica diventa quindi una porta: terribile per chi è attaccato all’ego e alle cose materiali, ma dolce per chi ha vissuto in armonia con il Creatore.

Il Significato Teologico e Filosofico

L’approccio francescano trasforma la morte da evento biologico a evento relazionale: diviene parte della creazione lodevole, dona accoglienza e pace e diventa il transito verso la vera Vita

In Francesco, la morte perde il suo pungiglione perché viene “evangelizzata”. Egli non loda la morte in sé, ma loda Dio attraverso di essa, riconoscendo che persino la fine della vita terrena concorre al bene dell’anima.

La coerenza di Francesco si manifestò nel momento del suo “transito” (3 ottobre 1226). Le fonti raccontano che egli volle accogliere la morte cantando, chiedendo ai frati di intonare proprio il Cantico. Egli mise in pratica la sua poesia: morire nudo sulla terra nuda, in totale spogliamento, per abbracciare finalmente “Sorella Morte” senza più alcun velo.

Il Transito di San Francesco in Giotto

Giotto di Bondone, nel ciclo di affreschi della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi (fine XIII secolo), ha dato forma visiva alla rivoluzione francescana. La scena numero XX, il “Transito di San Francesco”, è il momento in cui la teologia del Cantico incontra l’arte.

Mentre il Cantico usa le parole per “umanizzare” la morte, Giotto usa lo spazio, i corpi e i sentimenti. Ecco come l’artista interpreta la visione della “Sorella Morte”:

A differenza delle rappresentazioni bizantine, ieratiche e distanti, Giotto dipinge il dolore umano in modo realistico creando l’immagine di una “Morte Corale”: Una Comunità nel Dolore

I Frati non sono figure statiche. Alcuni baciano le piaghe delle mani e dei piedi, altri piangono apertamente, altri ancora guardano al cielo perché la morte non è un evento privato o terrificante, ma un passaggio vissuto all’interno della fratellanza. La “sorellanza” della morte si riflette nella solidarietà dei frati che circondano il corpo.

Un elemento centrale dell’affresco è la figura del medico (o cavaliere) Girolamo. Giotto lo ritrae mentre infila le dita nel costato di Francesco. Questo gesto ricorda l’incredulità di San Tommaso. Serve a certificare la santità di Francesco (le stimmate lo rendono Alter Christus), ma conferma anche la fisicità della morte. La “Morte Corporale” di cui parla il Cantico è reale, carnale, toccabile.

Nella parte superiore dell’affresco, mentre il corpo giace sulla terra nuda (seguendo la volontà di Francesco di morire in povertà), la sua anima viene portata in cielo dagli angeli dentro un clipeo (un cerchio di luce). L’anima è rappresentata come un giovane radioso. Qui Giotto visualizza la beatitudine di cui parla il Cantico: “Beati quelli che troverà ne le Tue sanctissime voluntati”. La morte fisica è solo il guscio che si rompe per liberare la vita vera: la Morte come Nascita.

Una curiosità tecnica: Il “Diavolo” nascosto

Recentemente (nel 2011), la restauratrice Chiara Frugoni ha scoperto tra le nuvole di questo affresco il profilo di un demone ghignante, quasi invisibile a occhio nudo.

Perché Giotto lo avrebbe inserito? Probabilmente per sottolineare il contrasto: il diavolo osserva sconfitto mentre l’anima di Francesco sale al cielo. È la vittoria definitiva sulla “morte secunda” (la dannazione) citata nel Cantico.