Uno sguardo al Salone del Libro di Torino 2026: “Il mondo salvato dai ragazzini”

Pubblicato da Sandy il

Elsa Morante: “Il mondo salvato dai ragazzini”

Pubblicato nel 1968, è un’opera ibrida che mescola poesia, satira e manifesto politico. Elsa Morante celebra la purezza dei “Felici Pochi” (i ragazzini) contro l’autoritarismo dei “Felicioni” (il potere borghese). Il testo esprime una critica feroce alla società dei consumi e della violenza, vedendo nell’infanzia e nell’arte l’unica forma di resistenza anarchica e vitale. È un grido di speranza rivoluzionario che rifiuta le ideologie rigide in favore dell’innocenza e della libertà creativa.

La Morante definisce l’anarchia non come caos politico, ma come rifiuto istintivo di ogni gerarchia e dogma imposto. I “ragazzini” resistono perché sono gli unici a conservare uno sguardo puro, non ancora corrotto dalle strutture di potere, dal conformismo e dalla “finta realtà” del mondo adulto. Per l’autrice, la vera rivoluzione non passa per le armi, ma per lo scandalo della gioia e l’uso della fantasia come atto di ribellione contro la morte spirituale causata dalla società dei consumi.

Lo “scandalo” per la Morante risiede nella capacità della fantasia di rompere le regole della logica adulta e produttiva. In contrapposizione ad un mondo fatto di serietà, obbedienza e profitto, l’immaginazione è scandalosa perché è gratuita, libera e sovversiva. Essa agisce come una forza che svela la finzione del potere, mostrandone l’assurdità; rivendica il diritto alla gioia in un sistema che impone l’omologazione; crea mondi alternativi dove i valori dominanti non hanno alcun peso.

Per l’autrice, lo scrittore e il ragazzino condividono questo “scandalo”: entrambi usano la parola e il gioco per denunciare che il “re è nudo”, opponendo la vitalità poetica all’aridità delle istituzioni. Con riferimento alla celebre fiaba di Hans Christian Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore, in sintesi, per la Morante, la salvezza del mondo risiede in questo sguardo capace di ignorare il “prestigio” del potere per vedere la realtà per quella che è, con la disarmante sincerità dell’infanzia.

Elsa Morante (1912–1985) è stata una delle figure più potenti, orgogliose e originali della letteratura del Novecento. Personalità complessa e schiva, fu la prima donna a vincere il Premio Strega (nel 1957 con L’isola di Arturo). La Scrittrice-Poeta: Rifiutava l’etichetta di “scrittrice” preferendo quella di “poeta”, intendendo la poesia non come rima, ma come capacità di cogliere l’essenza magica e sacra della realtà.

I Pilastri del suo Pensiero si fondano sulla contrapposizione nella società di due categorie umane:

I Pochi Felici: i bambini, gli artisti, i puri di cuore, coloro che sanno amare e preservano la capacità di stupirsi; essi sono i custodi della “realtà”.

I Felicioni: gli adulti integrati nel sistema, i servitori del potere, coloro che inseguono il successo e l’autorità; questi sono i portatori dell’irrealtà e della morte spirituale.

Per la Morante, la Storia ufficiale è un “meccanismo di oppressione” guidato dal potere e dalla violenza che schiaccia gli umili. Lei sceglieva di raccontare le storie dei piccoli, dei vinti e degli animali, gli unici che conservano una dignità autentica.

Il suo pensiero è pervaso da un misticismo laico. Credeva che l’infanzia fosse l’unico momento in cui l’essere umano è libero dai pregiudizi. Crescere, per lei, significava spesso subire una degradazione, a meno di non riuscire a mantenere vivo quel “ragazzino” interiore capace di scandalizzare il mondo con la propria libertà.

La sua non era un’anarchia di bombe, ma di sentimento. Sosteneva che l’unico modo per uscire dall’inferno della modernità fosse l’attenzione verso l’altro e la bellezza, elementi che il potere non può controllare né vendere.

Il “misticismo laico” di Elsa Morante è uno dei concetti più affascinanti della sua poetica: è una forma di religiosità che non crede in un Dio trascendente o nelle istituzioni ecclesiastiche, ma riconosce una natura sacra e divina nella realtà materiale e nelle creature viventi.

Per la Morante, il sacro non sta “altrove”, ma è qui, intrappolato tra le pieghe di una realtà spesso brutale. A differenza dei materialisti puri, la Morante credeva che il mondo non fosse solo un insieme di atomi o di processi economici. Per lei, la realtà è un mistero luminoso.

Il misticismo laico che è tipico dello sguardo del poeta consiste nella capacità di “vedere” questo splendore. Mentre il borghese vede in un albero del legname, il mistico laico vi scorge una creatura vivente dotata di una propria anima e dignità.

Riprendendo il concetto della filosofa Simone Weil, per la Morante l’amore è sinonimo di attenzione. Guardare con attenzione una persona, un animale o un sasso è un atto religioso.

Gli animali per la poetessa sono figure centrali. Per l’autrice, gli animali vivono in uno stato di grazia perenne perché non conoscono la colpa, il peccato o l’ambizione. Sono “mistici” per natura perché aderiscono totalmente alla vita.

C’è una sacralità quasi cristologica nel dolore degli ultimi. La sofferenza di un bambino o di un povero non è nobilitata da una promessa di paradiso (non c’è consolazione ultraterrena), ma è proprio la loro nuda esistenza a interpellare la coscienza del mondo come una presenza divina calpestata.

Per Elsa Morante, scrivere non era un mestiere, ma un rituale. Il romanzo diventa lo spazio dove si celebra la messa della vita. La letteratura ha il compito di riscattare le creature dall’oblio della morte. In questo senso, l’arte è l’unica forma di “resurrezione” possibile in un mondo laico: dare un nome eterno a chi è stato dimenticato dalla Storia. Nonostante la sua visione spesso tragica e pessimista della società, il suo misticismo le impediva di cadere nel nichilismo. Anche nell’orrore più profondo sopravvive un nocciolo di “fede” nella vitalità.

La fede della Morante è la convinzione incrollabile che la vita, pur nella sua atroce crudeltà, contenga un valore assoluto e intoccabile che merita di essere celebrato; la bellezza diviene la prova tangibile che il mondo, nonostante tutto, non sia un errore e l’amore rappresenta l’unica forza capace di contrastare l’irrealtà del potere.

Nella visione del Salone del Libro di Torino, “salvare il mondo” non è un atto politico tradizionale, ma un atto creativo. I ragazzi sono coloro che non si sono ancora arresi al cinismo, utilizzano i libri per costruire mondi alternativi e hanno uno sguardo “nuovo” capace di scardinare le vecchie logiche.

La campagna proposta in questa edizione 2026, suggerisce che la letteratura sia lo strumento ideale per mantenere viva quella “fanciullezza” dello spirito. Il Salone celebra il libro come bussola per le nuove generazioni, le uniche che sembrano avere ancora l’energia per immaginare un futuro diverso.

Non si tratta di una “salvezza” ingenua, ma di un invito a recuperare lo spirito critico, la gioia e l’anticonformismo tipici della giovinezza. Il Salone del Libro si propone come il luogo dove questa “armata di lettori” può trovarsi e influenzare il presente.

Categorie: Letteratura